Una piccola storia finita (per ora) bene. Si tratta della famiglia ivoriana, padre, madre e due figli di 7 e 2 anni arrivati in Italia dalla Germania qualche settimana fa. Il 31 agosto hanno sostato davanti alla questura di Viale Malta tutto il giorno. Verso sera una ragazza sensibile alle disgrazie altrui, contatta persone delle Associazioni di volontariato e delle istituzioni. Una privata cittadina paga un albergo di tasca propria per la notte. La cosa va sui giornali. Dopo varie peripezie la Prefettura accoglie la domanda di Protezione e nell’attesa che la domanda di asilo venga valutata dalla Commissione territoriale di Bologna,la famiglia viene insediata in un Centro di accoglienza. Li chiamano i Dublinanti, da non confondersi con i dublinesi di joyciana memoria. Il termine compare nel Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo entrato in vigore in tutti i 27 Stati membri della UE il 12 giugno 2026,insieme al Regolamento di Dublino che ridisegna le regole per la gestione dei flussi e il controllo delle frontiere.In Italia è convertito in legge l’8 agosto 2026.In sostanza impone che il primo stato membro in cui viene registrata la richiesta di asilo di un rifugiato, diventi responsabile della stessa. Si capisce da subito che questo regolamento costituisce una spina nel fianco nei Paesi di primo ingresso: Italia, Spagna, Grecia, Malta, Cipro. Lo scopo è di impedire ai richiedenti asilo di presentare domande in più stati e di ridurre il numero dei richiedenti asilo “in orbita” tra diversi stati. Ci si chiede se vengano tutelati i diritti umani e legali dei richiedenti. L’UNHCR risponde di no oltre a sottolineare una distribuzione disuguale delle richieste d’asilo fra gli stati membri. Il Patto rende più veloce l’espulsione e assolve a una funzione di controllo piuttosto che garantire il rispetto del principio internazionale del non- respingimento. Di fatto è una negazione dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra (1951) che vieta il trasferimento forzato dei richiedenti asilo verso un Paese in cui rischiano persecuzione, tortura, morte.Le misure d’espulsione tendono a limitare la richiesta d’asilo di chi arriva da Paesi che il Parlamento Europeo, in una seduta del 12 febbraio 2026 ha considerato “sicuri”. I finanziamenti, previsti per i paesi più esposti, come l’Italia, sono di fatto stati utilizzati per convincere Paesi come la Libia e la Tunisia a fermare i migranti. In altri termini: l’Italia li paga per fare il lavoro sporco, fornendo imbarcazioni da cui si spara contro le ONG, addestramento militare e tecnologico delle milizie. Tutti sono a conoscenza che la Libia è in mano a milizie criminali, che i centri di detenzione sono luoghi di tortura, abusi sessuali,violenze atroci. Rimandare in Libia chi fugge vuol dire violare l’art. 33 della Convenzione di Ginevra. Eppure la legge Piantedosi del 2023 impone alle navi delle ONG di coordinarsi con il centro di soccorso marittimo di Tripoli e di obbedire alle direttive dei libici. Lo stesso memorandum Italia – Libia,riconfermato, è tout court una violazione del diritto internazionale. Lo stesso si può dire dell’accordo con la Tunisia dove la guardia nazionale è in combutta con i trafficanti delle imbarcazioni. Ma il governo italiano ha preferito criminalizzare le ONG. La stessa iniziativa di deportazione e detenzione dei migranti in Albania è stata un fallimento, a costi stratosferici. La rivista Altreconomia ha ricostruito l’inferno del modello albanese: risse, autolesionismo, tentativi di suicidio. E non è riuscito nemmeno il rimpatrio, l’altro mito del governo: solo 5 detenuti sono stati portati in Egitto (Paese sicuro!!), gli altri sono stati riportati in Italia. L’ Europa sta seguendo, peggiorandolo, il modello italiano: creazione di HUB fuori dalla UE. Ecco: dietro i Dublinanti c’è tutto questo, voluto da partiti, esponenti, leader di estrema destra che preferiscono indicare il capro espiatorio nello straniero con un approccio neo-colonialista fuori dalla realtà.
Alla fine, la famiglia nel bosco – giungla delle scellerate scelte politiche del governo, per ora ha trovato una sistemazione grazie alla mobilitazione dell’ associazionismo e alle iniziative concordate tra Questura, Prefettura, Comune. Ci si chiede quante persone e famiglie saranno stritolate nel tritacarne voluto da coloro che attuano una gerarchia tra chi può rivendicare diritti e chi no. La storia però insegna che nessuno, alla fine, è al sicuro.
Piacenza, 5 settembre 2026
Luisella Reboli